La Storia di Rebeccu


"Rebeccu, Rebecchei da 'e trinta domos no bessèi". Dopo la partenza di Donerai e consecutivamente alla sua maledizione comparve il flagello della malaria e la città iniziò a spopolarsi. Per salvarsi dal pericolo di frequenti quanto micidiali epidemie di quel morbo, molti abitanti della città maledetta si rifugiarono in Muristene, trasportandovi il materiale per ricostruire le loro case ed in quel luogo, presso la chiesa di S.Vittoria, i profughi Rebecchesi fondarono Bonorva. I pochi rimasti, raggruppatisi intorno a S. Giulia, riedificarono Rebeccu su quel ripiano calcareo, a mezza costa di "Su monte" ed al riparo dalle febbri malariche della pianura di Santa Lucia. In ricordo della maledizione di Donoria, dopo che fu ultimata la trentesima casa, nessuno osò costruirne un'altra temendo che crollasse tutto il paese. La gente, che via via si trovava senza alloggio, preferiva pertanto ritirarsi a Bonorva. La quale, come sappiamo, era stata fondata dai primi emigrati dell'antica città di Rebeccu. Fu in questo modo che i Bonorvesi s'impadronirono di quasi tutto il fertile campo di Santa Lucia, un tempo proprietà esclusiva dei Rebecchesi.
1) L'aspra roccia che domina le 30 case di Rebeccu è chiamata "Casteddu" perchè, secondo la tradizione locale vi era una fortezza dei tempi antichi, la quale era anche la dimora del Re.
2) La tradizione locale spiega l'origine del nome Rebeccu dal nome del suo sovrano, il quale originariamente era Re-Bellu (Re bello), che divenne "Re Beccu" (Re beco o caprone), consecutivamente ad un incantesimo della figlia, la strega Donoria.
3) L'imprecazione assume il significato di "Sarai distrutta e una volta risorta non potrai superare le 30 case 
 

Sono solo nel Sacro Pozzo nuragico di Lumarzu, a sinistra c’è un ripostiglio votivo per i bronzetti, qui in corrispondenza della prima Luna Piena di Primavera fuoriesce zolfo che sparge il suo odore acre per la campagna circostante. L’acqua fuoriesce da una polla sotto la roccia, ha proprietà salutari, cura gli intestini e lo stomaco, inoltre è fresca e leggera come dirà più tardi lo storico romano Solino , vissuto intorno al IV sec. d.C. vi si praticavano riti di purificazione.  Poi viene il centro di Funtana Sansa ora per sincretismo religioso chiamata Santa Lucia - Arruxìa in pre-romano - come la chiesetta che dista sei chilometri – altro centro nuragico di guarigione ierogamico potente  -  eppure qui un tempo queste acque di Sansa facevano acquistare la vista. Nel grande vascone fatto di lastre di pietra trachitica del III  M. a.C. e Ch. Zervos ci regala una fotografia ( 1920), così il Taramelli riporta in “Fortezze e recinti sacri (..)  bellissimi disegni del centro di acque minerali sulfuree dove da oltre cento nuraghi affluivano i pelliti per guarire dai mali del tempo e altro.

La religione nuragica animista e naturalista nel medesimo tempo, attribuendo un’anima a tutte le forze della Natura era consapevole di rapportarsi con forze Divine misteriose e superiori, nelle cui mani era affidata la vita. Così come avveniva per gli uomini, anche queste forze o erano maschili – Babbu e Babbai – o femminili  - Mama e Mammai. Babbu e mamma erano i due contrari propri, che uniti davano la vita e venivano prima di ogni altro nome di esseri e cose viventi che fossero animate, che si muovessero o che dessero la vita. Su Babbu Mannu era Dio Padre – il Sardus Pater. Ma se Babbai era il padre buono, Babbolcu, Babboi, Babboti era il padre cattivo, il demonio. Sa Mama Manna era la madre di tutta la terra, Mammai – la Dea Mater. La figura malefica di Mammai era data in Logudoro e a Bonorva da due orride figure di fantasmi che, uscendo come demoni meridiani nel cuore della Canicola estiva, armate di uno spaventoso lenzuolo una e un grosso pettine di ferro acuminato l’altra, rubavano i bambini: Mama Lentolu e Mama Pettenedda, nome trasposto in Maria nel sincretismo cristiano della Madre di Gesù. Dove le forze si manifestavano con evidenza lì nascevano i tempietti o addirittura i nuraghi dove si era certi di poterle interrogare tramite oracoli o riti di purificazione. Una delle forze in assoluto più importanti era l’acqua, e lo spirito che l’animava  femminile; ciononostante, sebbene quasi tutti i pozzi sacri consacrati all’acqua hanno nomi bellissimi di Sante cristiane, alcuni, rari,  hanno il maschile come il pozzo di Lumalzu a Rebeccu di Bonorva. Dicevamo alcuni momenti fa, che Funtana Sansa, è posta nel mezzo dei terreni da dove sgorgano le sorgenti di Santa Lughìa ‘e ‘Onorva. Questo recinto di massi era quasi circolare e i suoi diametri delle pareti interne erano di 35 e di 36 mt. Il muro che chiude tutto intorno questo piano, fu realizzato poggiando uno sull’altro cinque anelli di pietra di fiume, di identica misura che andavano a formare una scalinata che scende verso il piano di mezzo. In questo recinto non vi è alcun varco e l’anello esterno di pietre, era giusto a livello del terreno. Un foro concavo alcuni metri attraversava trasversalmente il piano per tutta la larghezza. L ‘acqua ribollente dalle vene sorgive riempiva il recinto sacro e i nuragici si sedevano lungo i bordi, sulle pietre, tutt’intondo per chiedere all’acqua che guariva dal mal di occhi e dalla cecità, dal male alle ossa. Ma le acque che guarivano gli occhi, servivano, ritualmente, a far confessare i ladri veri o presunti – l’ordalia dal germanico Urtheil o giudizio di Dio – i quali, immersi completamente nelle bolle d’acqua, sature di acido carbonico, perdevano la vista i primi e ne acquistavano una seconda gli innocenti. Qui, negli anni ’30, il grande recinto sacro era già devastato, all’asciutto e rivoltato, fu trovata un’epigrafe in sumero antico. 

 

FONTI:

cfr. Registrazioni a tiu e' Logu, a tiu e' Cherchi e Angelino Puggioni:

cfr. trad.pop.Bonorva da Ricerche Antropologighe di Andrea Sanna 1980-2001.

cfr. trad.pop.Bonorva da Giovanni Deriu, Insediamenti Umani e Medievali nella Curatoria di Costa de Addes.

Riferimenti Storici e Cronologici

IL periodo storico a cui si fa riferimento per la Leggenda di Rebeccu è probabilmente quello tra il 1100 – 1300, quando la Sardegna era politicamente suddivisa in Giudicati. Ogni Giudicato era suddiviso a sua volta in Curatorie. Ogni Curatoria era composta a sua volta da vari villaggi o Ville. I Giudicati in Sardegna erano originariamente quattro:Giudicato di Torres ; Giudicato di Gallura; Giudicato di Arborea; Giudicato di Cagliari.All’inizio del Millennio Bonorba, faceva parte assieme ad altri villaggi della Curadoria di Costa de Addes, il cui capoluogo era Addes ( Villa completamente scomparsa che si presume esser situata nella zona detta Cantaru Addes, e che sorgeva attorno alla chiesa scomparsa di S. Maria de su Peddazzu. La Curadorìa di Costa de Addes, faceva parte a sua volta del Giudicato di Torres – fino alla metà del 1200 .  .   .. In seguito dopo breve periodo sotto i Malaspina di Bosa Signori della Lunigiana, famiglia Pisana, Addes, passò definitivamente, nel 1300, al Giudicato di Arborea.

NOTE : Rebeccu compare per la prima volta nei documenti della seconda metà del 1300. IL Toponimo BONORBA, compare invece in un documento del 1174 in riferimento alla consacrazione della chiesa di Santa Rughe o SanGiovanni il medesimo legato Pontificio emise nello stesso anno e nel medesimo tempo la Bolla Pontificale anche per San Pietro di Sorres, quando il villaggio di Addes stava decadendo o era già scomparso. In tali documenti, Rebeccu figura come centro più grande e già capoluogo de Curadorìa. La citazione più antica attualmente conosciuta risale al 1353 – quando Rebeccu e  Bonorba furono incendiate dagli Aragonesi - “Rebechu rebecchèi da-e trinta fogos no bessèi”- “Rebeccu rebecchera da-e trinta domos no ‘essedas” pare che abbia funzionato e a causa degli spagnoli che nel ’300 la incendiarono insieme  a molte donne sciamane che finirono in graticola accusate di stregoneria  dall’inquisizione di Spagna, il Braccio Secolare, carnefice e spietato della Chiesa di allora. Gonorba di San Giovanni conobbe la stessa sorte, incendiata e messa a ferro e a fuoco ,i superstiti occuparono la rocca di San Simeone sul ciglio della Campeda, dove preesistevano antichissimi insediamenti pre-nuragici, nuragici, punici, ed una grande città ricca di fontane, pozzi e acquedotti una vera città sepolta ancora oggi mai visitata sebbene evidente. Era la metà del 1300, dagli spagnoli carnefici ed aguzzini, coloro i quali usavano il fuoco per uccidere, per cancellare i segni e la cultura autoctona, per far chiudere chiese e addirittura la sede vescovile di Sorres nel ‘500, anche queste incendiate perché centri di alta cultura cristiana e ricche di sardità rara, il tutto per infeudarsi de facto ciò che de jure aveva concesso loro la famelica Teocrazia del papa Bonifacio VIII – il Regno Sardo.. IL 1300 fu storicamente, l’epoca di maggior splendore per la Villa di Rebeccu, perché divenne la sede residenziale del Curatore de Addes, cioè dell’Autorità Amministrativa Territoriale Sovrana rappresentante IL Giudice (cfr. nella Leggenda il rif. Al Re che abitava in quella Roccia chiamata Casteddu). – Bonorva, Semestene, Trequiddo erano Ville subordinate a Rebeccu, che, con i suoi 400 ab.era la più popolata Villa della Costa de Addes. Rebeccu è divenuta Fraz. Di Bonorva il 31 Dicembre 1875.

 

 

ІІ.).  San  Simeone

Anticamente, secondo quanto si è sempre sentito raccontare e per costante tradizione, Bonorva era fabbricata in Su Monte Càcau e aveva per parrocchia la chiesa di S. Simeone. Si dice che quella postazione di vedetta fu scelta dalle popolazioni delle valli che circondano l’odierna cittadina per un maggior bisogno di sicurezza, poiché da quel punto, dove termina l’altopiano di Campeda si può controllare il vasto territorio sottostante. Difatte, quelle popolazioni cercavano un rifugio per potersi difendere dalle incursioni dei Mori i quali, - secondo la tradizione locale – dopo aver saccheggiato il litorale di Bosa, si spingavano anche nell’entroterra dalle parti di Bonorva. Inoltre gli abitanti si S. Simeone-Bonorva erano immuni dalle frequenti epidemie di malaria che colpivano le zone insalubri della valle. Si narra inoltre che la scelta della sede fu per alcuni versi poco felice, poiché il freddo e i venti erano troppo letali nel corso dell’Inverno: i raffreddori, i reumatismi e le febbri reumatiche ( dolores de costazzu) decimavano la popolazione del villaggio ed erano tutto sommato dei flagelli terribili quanto i Mori e la malaria. Tuttavia gli abitanti di Bonorva-S. Simeone rimanevano rassegnati nel loro nido d’Aquila. Un giorno però, per punire i loro peccati, Dio inviò sa musca maghedda. Queste mosche punsero e presto uccisero chiunque incontrassero, lasciando soltanto rovina e desolazione, sin quando non venne un uomo giusto a rinchiuderle in un’anfora che sigillò e sotterrò nella chiesa di S. Simeone.Quel sant’uomo avvertì i simeonesi che, se se non si fossero decisi a vivere con rettitudine, le mosche apocalittiche sarebbero uscite in qualsiasi momento per castigarli, altrimenti sarebbero rimaste sepolte sino alla fine dei tempi. Spaventati dalla possibilità di avere nuovamente a che fare con l’insetto catastrofico, i sopravvissuti optarono per l’abbandono della loro infausta sede, senza tuttavia dover rinunciare alle proprie terre. Pertanto dopo aver lasciato il sito troppo rigido di S. Simeone, quella popolazione disgraziata scese dall’altipiano e si stabilì a mezza costa delle sue pendici, nel luogo propizio di Muristene, dove venne fondata la Villa di Bonorva che ebbe come parrocchia la chiesa di Santa Vittoria. Si racconta ugualmente che prima di andarsene via dalla vecchia sede i Simeonesi-Bonorvesi vollero offrire come pegno di devozione parte delle loro ricchezze a San Simeone. IL tesoro, rinchiuso in un anfora identica a quella che custodiva sas muscas magheddas, le fu sepolto accanto e vi si trova tuttora. Chi oserebbe, pur di entrarne in possesso, correre il rischio sbagliando anfora, di liberare le mosche dell’ultimo giudizio?

NOTE

•          Poiché San Simeone era immune dalla malaria queste mosche mosche maghedde non possono essere confuse con la zanzara anofele che invece pullulavano nelle valli paludose, ma con un altro insetto che veicolava la peste. Come vedremo l’abbandono di San Simeone dovrebbe essere stato determinato dalla peste del 1376.

•          Un’altra versione narra che le due anfore siano sotterrate nella sagrestia della chiesa di Santa Croce-San Giovanni di Bonorva.

•          Nelle fonti relative alla Curatorìa di Costa de Addes (1100 – 1200 ), San Simeone non compare, da ciò la conclusione di V. G. Deriu che in quella sede ed in quel secolo non fosse presente alcun insediamento umano.

•          Sappiamo invece con certezza che quella località era stata sede di insediamenti nuragici, punici, romani e alto-medioevali

•          San Simeone è citato ufficialmente per la prima volta in fonti documentarie relative al 1300.Nella II metà di quel secolo la Curadorìa di Costa de Addes era entrata a far parte del Giudicato D’Arborea. Era allora Giudice, Mariano IV che coltivava il disegno ambizioso di unificare la Sardegna sotto il suo Regno. Ostacolò infeudazione della stessa contro il re d’Aragona che la ricevette già dal 1297 Regnum Sardiniae et Corsicae da Papa Bonifacio VIII, mentre la guerra di conquista inizia nel 1323.  I Catalano-Aragonesi trovarono più di un ostilità: la Ribellione dei Giudici Arborensi, i Pisani (Mala Spina) e i Genovesi ( Doria). Durante uno di questi periodi di Guerra tra Mariano IV e il Re Spagnolo, Bonorva e Rebeccu furono incendiate (1353 ) e Bonorva completamente distrutta. IL Giudice D’Arborea Mariano IV, per dare un sicuro rifugio alle popolazioni superstiti de sa Costa de Addes fece fondare una Villa Nova :”villa vocata Sanctus Simeon, non iter edificata in quodam monte posito inxta villa destructam de Bonorba”. Ma già nel 1388 il villaggio di San Simeone risultava essere abbandonato ( il suo nome non compare più in alcun documento del periodo)., probabilmente oltreché per il clima insalubra-freddo, per una violenta epidemia di peste che si scatenò in Sardegna nel 1376 (cfr. sa musca maghedda) e della quale morì lo stesso Giudice Mariano IV.

•          E’ presumibile quindi, che gli abitanti di San Simeone ridiscesero a valle e rifondarono il villaggio di Bonorva, non più attorno alla Chiesa di San Giovanni ma a Muristene ( Nuristene), attorno al nuraghe Arrettu ed alla chiesa di Santa Vittoria che divenne la nuova parrocchia.La rinascita di Bonorba dopo un certo periodo di silenzio, è documentata  nella cosiddetta Ultima Pax Sardiniae del  1388 dove Rebeccu era Capoluogo de Curadorìa e Bonorba come Villa di minore importanza: in tale documento tuttavia di San Simeone non c’è più traccia.

 ІІI. ). TERCHIDDO

Terchiddo era un’altra Villa del Campo di S. Lucia. Vicino a Sa Riforma di Monte Cujaru e proprio sul posto occupato dall’azienda Sanna, dove trovasi anche un lago artificiale che ha preso il suo nome, sorgeva molti secoli orsono, quando Bonorva manco esisteva, la Villa di Tèrchiddo o Trècchido. Pur non essendo importante come la città di Rebeccu, Tèrchiddo era comunque una Bidda Manna, fabbricata in una valle amena, ben riparata da un gruppo di colline: Sas Coronas de Tèrcchido, Montjiu Rujiu, Monte Longu e altre, nonché circondata da ottime terre,  buoni pascoli, boschi e numerose sorgenti. Gli anziani di Bonorva dicevano che Tèrchiddo fu annientata dall’implacabile ira di Dio, dopo che un certo Zirone Seche (Gerolamo Sechi )assassinò il rettore di quella Villa, Babbai Sozu ( Don Sotgiu ), mentre questi celebrava messa, e che gli ultimi Tercchiddesi, guidati da un segno provvidenziale, trovarono rifugio in Muristene, dove innalzarono una nuova Villa alla quale diedero il nome di Bonorva.Secondo la narrazione, Zirone uccise l’ultimo parroco di Tèrchiddo per gelosia, infatti Don Sotgiu gli insidiava la fidanzata Maria Grascia. Poiché marevrimmalzos (cugini secondi ), Zirone e Maria Grascia si recarono da Don Sotgiu per pregarlo di darsi da fare per ottenere quanto prima la dispensa papale necessaria per potersi sposare. IL rettore che si era incapricciato di Maria Grascia, promise ma non mantenne. Anzi, don Sotgiu si adoperò per distogliere Zirone dal  cuore di Maria Grascia. L’indegno sacerdote, per poter disporre con comodo della fanciulla, cercò addirittura di convincerla a maritarsi con uno dei proprii fratelli. Nel contempo, servendosi dei congiunti, Don Sotgiu cominciò a fare dei dispetti al povero Zirone: un suo chiuso seminato a grano venne incendiato, il suo bestiame decimato. Alla fine, stanco di attendere invano la tanto sospirata dispensa, esasperato dai soprusi patiti e accortosi altresì delle attenzioni morbose del sacerdote nei confronti della fidanzata, Zirone meditò la terribile vendetta: eliminare l’iniquo ministro di Dio! Quindi, una Domenica mattina di tanti secoli fa, mentre in sa Cheja Mazore di Tèrchiddo affollata di fedeli, don Sotgiu celebrava la messa, una forte detonazione - all’atto della consacrazione e dell’elevazione dell’eucaristìa - sentirono tutti gli astanti ed il prete stramazzò a terra colpito a morte da un fuoco d’archibugio. Come se non avesse fatto altro che compiere il proprio dovere, Zirone lasciò tranquillamente la chiesa. Zirone e Maria Grascia scapparono insieme, facendo perdere ogni traccia. Prima di spirare, l’ultimo rettore di Rèrchiddo maledì la Villa, profetizzandone la rovina. Infatti, l’ira di Dio piombò su Tèrchiddo: dopo la carestìa, la peste e la malaria, sopraggiunsero i cavalli verdi che distrussero tutto ciò che incontrarono. I pochi superstiti fuggirono implorando la clemenza divina. Nella sua immensa misericordia, Dio cessò di perseguitare quella povera gente, permettendo, che trovasse riparo in una nuova patria.Tant’è che i buoi, che trascinavano il carro contenente le campane della parrocchiale di Tèrchiddo, condotti dal segnale della Provvidenza, si fermarono a Muristene e da quel posto nessuno pervenne a muoverli: la nuova villa doveva sorgere proprio lì. Così nacque,-  narravano gli anziani -  la villa di Bonorva ed è per via delle suo origini che il territorio di Tèrchiddo le appartiene tuttora.

NOTE

•          Era l’8 Dicembre 1664. ?. giorno dell’Immacolata, mentre don Sotgiu celebrava l’eucarestia, vidi mio cugino Zirone che entrava con un archibugio puntato verso l’altare. Subito in chiesa salì la tensione. Io gli gridai: Gerolamo, stai molto attento per quello che stai per fare. Ma ad un certo punto, quando nessuno più se lo aspettava, Zirone sparò! Don Sotgiu cadde per terra dicendo:”Arriveranno i cavalli verdi, l’epidemie, la malaria. La popolazione impaurita iniziò ad abbandonare Trequiddo .

•          – cfr. L’Atto di sconsacrazione e Le Rovine di Trequiddo di  Enrico Costa, dove il Costa riporta preziosissimi documenti in lingua sarda estratti dai libri della parrocchia di Bonorva.   . - quando dalla parrocchiale di Bonorva uscirono i sacerdoti incappucciati di nero per dare la scomunica al paese sul quale fu gettato il sale, inoltre il corpo di don sotgiu giace e fu sepolto  dentro la cripta della cattedrale di Bonorva.

•          FONTI:  Condaghe di San Nicola di Trullas (1113 – 1280 ) Bonorba menzionate e Tèrchiddo quest’ultimo assieme ai nomi di alcuni dei suoi abitanti citati in alcune trascrizioni del Condaghe, sempre in riferimento a fatti della Curadorìa di Costa de Addes nel 1100 - 1200).Bonorba viene indicata in un documento del 1174 – Bolla di Consacrazione della Chiesa di Santu Iohanne de Bonorba, dell’Archivio Capitolare di Alghero: “ consagraìt la eclesia de Santu Johanne de Bonorba.

•          FONTI: L’Atto di morte, datato 16 Novembre 1664 dell’avvenuto decesso del parroco don Giovanni Sotgiu, rettore di Tèrchiddo “ AD,  MDCLXIV, a sos seighi de novembriis( o Sant’Andrìa ) es mortu su rectore don G.oe Sozu Reetore de sa villa de Trequiddo de edade de baranta annos vel circa su cqle est mortu de una archibusàda, q. le et recido totu sos sacramentos, interradu intro de sa p.rta (presente) villa ( Bonorba ).

•          Trèquiddo fu abbandonato alla fine del 1690 ca. IL paese antichissimo, sorgeva accanto alla chiesa distrutta di S. Maria, San Matteo, Santa Elena, San Giorgio e San Quirico nella località che ne conserva il nome.Nel frattempo a Bonorva fu ultimata la chiesa di Santa Maria che fu consacrata dal vescovo Diego Passamar nel 1614.

•          Lo storico, Giovanni Antonio Fara, ci dice essere  impossibile che gli abitanti di Tèrchiddo abbiano fondato Bonorva all’epoca in qui Tèrchiddo scomparve poiché la I fonte storica (il condaghe di Trullas ) data Bonorba al 1174 anno della consacrazione della chiesa de Santu Johanne.

•          La Sardegna, dal 1400 fu sotto la dominazione catalano-aragonese (Spagna ) che la divise arbitrariamente in Feudi contrariamente all’Amministrazione Giudicale fatta de Coronas de Logu e Cronas de Curadorìa = Parlamenti Sardi Comunali.Cosicchè con la presenza spagnola la Sardegna conosce un cupo feudalesimo al quale cronologicamente sembrava scampata – post litteram - . Così nel 1630 l’antica Curadorìa de Addes poi Incontrada de Costaval, divenne Contea di Bonorva e venne infeudata al Barone- Conte don Francesco Ledda Carrillo col titolo di Conte di Bonorva.

•          LEGGENDA ( variante) . – Se ci atteniamo ad una variante della leggenda riguardante la fine di Trequiddo, i buoi che trainavano il carro contenente le campane della chiesa di quella villa non si sarebbero fermati a Muristene, ma bensì nella piazza principale dell’odierna cittadina, indicando che proprio quella era l’ubicazione scelta dalla provvidenza per la nascita del nuovo centro. Perciò, in ricordo dell’antica parrocchia di Tèrchiddo, venne costruita una chiesa in onore di Santa Maria in un luogo che era un Querceto – di cui abbiamo un antico dipinto scomparso negli anni 1920 ( parroco don .   .     .    .de Nostra Segnora de su Chilchizzu o Chilchizzone – IL nucleo di case che si formò intorno al tempio però malelva (malesa), si denominò poi Bonerva o Bonelva.

 

ІV. ). SANTA MARIA

I nostri avi, sos Mannos Nostros, narravano che, nei tempi andati, sul luogo dove ora sorge la chiesa di “Maria Bambina (Natività di Maria ), c’era un bosco chiamato Malerva. Poco distante esisteva un piccolo villaggio di contadini,( unu trighinzu de massaios, Muristene- v. Nuristene = nuraghe Arrettu esistente integro fino al 1700), formatosi dove era la chiesa campestre di Santa Vittoria(forana), e intorno ad essa ed al nuraghe ancor prima.I  nuristenesi, che erano dotati di campi molto idonei per la produzione del grano e delle fave, facevano dunque gli agricoltori. In Malerva sostavano brevemente alcuni pastori transumanti de Sa Costèra  -Goceano e della Montagna, Barbagia di Bitti. Durante una di quelle soste la Vergine del Bosco ( Nostra Segnora de su Chelchizzu ) del Querceto tipico de sa Pala de Càcau e degli alberi tipici di quella selva, apparve ai pastori chiedendo di erigerle una chiesa giusto in quel posto (n.b. è Santa Sabina o Sirbana, la chiesa dove seppellivano i suicidi, probabilmente si!). I  pastori, molto devotamente, non tardarono ad esaudire la volontà della madre di Dio, la quale per premiarli trasformò Malerva in Bonerva. Poiché la notizia del miracolo si divulgò rapidamente, molti pastori si stabilirono a Bonerva e , raccolto intorno alla chiesa di S.Maria, nacque un nuovo nucleo di pastori – unu trighinzu de pastores – che si estese progressivamente verso Muristene finchè i due nuclei non si unirono per formare una sola grande villa, ormai la più importante della zona. Questa villa disponeva non soltanto di buoni pascoli ma anche dei buoni e fertili campi di Nuristene: ecco perché Bonerva divenne Bonarva o buona terra. In effetti, grazie alle buone annate ed alla fertilità e all’abbondanza dei frutti dell’allevamento e dell’agricoltura, Bonarva era anche la villa della bonora – fortuna - : ragione per cui il suo nome si trasformò in Bonorva = della buona terra e della buona sorte. –

NOTE:

•          IL Toponimo Bonerva non compare mai nei documenti più antichi noti nei quali abbiamo invece trovato Bonorba, Bonorbo, Bonorbe, Bona Orba, per cui la vicenda legata a Malerva – Bonerva è decisamente frutto di fantasia popolare che però fa riferimento ad un fatto reale e preciso: è vero infatti che sa Costa de Addes era nel Medioevo una terra ricca di boschi, selve, pascoli e buoni campi. Secondo il parere di alcuni esperti v. M. L. Wagner ed Antonio Sanna, il toponimo Bonorbo deriverebbe da una radice pre-romana, nuragica BON = Monte et  ORBO = piede o costa, quindi presumibilmente sulla costa o ai piedi del monte v. V. Tetti.

•          Per quanto riguarda l’edificazione della chiesa di Santa Maria sappiamo con certezza che fu consacrata nel 1614 dal vescovo Diego Passamar, vescovo di Ampurias ( Castelsardo), il quale era stato precedentemente rettore di Bonorva per 28 anni ( 1585 – 1613 ). Sappiamo con altrettanta certezza che i fatti relativi a Trequiddo (uccisione del prete e abbandono del villaggio) sono avvenuti ca. 50 anni dopo, per cui gli abitanti di Tèrchiddo non potevano essere i fondatori né di Muristene né di Santa Maria.Tuttavia gli abitanti di Trequiddo contribuirono a formare la nuova città  con la loro popolazione, i loro territori, i loro possedimenti che venivano ad inglobarsi nel paese di Bonorba.La chiesa di Santa Maria deve essere sorta per ovviare alle esigenze di una numerosa comunità in crescita e conseguentemente all’espansione di Nuristene la cui chiesetta forana era ormai inadeguata perché troppo angusta, ad ospitare tutti i fedeli.

•          Cronologìa costruzione S. Maria: 1585 – 1613 = Costruzione della Chiesa essendo parroco don Diego Passamar. Anno 1614 : Consacrazione della chiesa alla presenza di Diego Passamar in qualità di Vescovo di Ampurias ( Castelsardo ) essendo vescovo da un anno.

•          Anno 1664 = I fatti di Tèrchiddo.

 

 

CRONOLOGIA  STORICA DAL 1000 d. C.  al 1700 d.C.

Anno 1000 d.C.  ( .  .  .  . ) Nel 534 d.C. la Sardegna fu strappata ai Vandali dai Bizantini. Essa fu dai primi secoli del cristianesimo una terra di monaci benedettini e bisantini. Con i Bizantini si formano le prime chiese rupestri, Sant’Andria Abriu II sec.? d.C. La tradizione popolare, parla della chiesa di Santa Vittoria intorno alla quale sorgeva un Monastero associato ad un ordine religioso da cui Muristene con le sue celle affiancate o cumbessias non solo ‘per i monaci ma per accogliere tutti i viandanti e i pellegrini ed i fedeli del luogo. Da non sottovalutare la presenza del nuraghe Barchitta detto popolarmente Nuraghe Arrettu adiacente ma più rialzato rispetto al Monasterium indice della presenza millenaria di quelle popolazioni in quel luogo a testimonianza della centralità geografica e della presenza d’acqua indispensabile. Nell’Alto Medioevo la Sardegna pur appartenente allo Stato Della Chiesa ed alla Chiesa Orientale di Bisanzio, e politicamente territorio dell’ Impero Romano d’Oriente poco difesa dalle crescenti invasioni arabe 700 -1000 d.C., al centro del Mediterraneo sembrava  abbandonata a se stessa. Questo nuraghe perfettamente integro ancora nella metà del 1700 d. C. esempio di sincretismo religioso con la Chiesa di Santa Vittoria in Muristene e possiamo capire l’origine della parola da Nuristene e Nuraghe poiché anche i nostri antenati erano casta sacerdotale e praticavano le arti sacre e teurgiche accogliendo intorno al tempio i malati ed i viandanti in genere. Nuraghe Arrettu o Barchitta, secondo una testimonianza diretta dell’acutissimo Don Marras, fu demolito stante Bonorva paese, dai Fratelli Piu per edificare con le sue pietre la propria abitazione privata, tanto che ancora oggi – in Piazzetta Arborea – si scorgono le pietre del nuraghe attorno ad un muro semicircolare che incrocia tre strade. Intervista a tiu ‘e Chelchi: poesia de su nuraghe de santa ‘Ittoria“Sutta de nuraghe Arrettu zimitoriu, bi fi’ sa burgatedda ‘e Muristene, ma poi po annare piul bene fattu àn sa cheja ‘e Santa ‘Ittoria. Ma frades Pios pienos de boria, de fidigu nieddu e ispiene, distruen su nuraghe ma tan bene, custu passadu no beste a s’istoria. Appena su nuraghe n’àn bettadu, at’trodduladu una pedra piccocca ma a sa zente pariat rocca manna. An’a Santa Ittoria invocadu, Bittoria s’accherat a sa janna e-in sa turre c’àt postu sa rocca”.

 

Anno 1050 d. C.  (  .  .  .  )

 Anno 1100 d. C.,

1113 – il 21 ottobre  la famiglia Athen con a capo Pietro e la moglie Padulesa, donava la chiesa di San Nicola ai Monaci Benedettini di Camaldoli.

1134 – IL vescovo di Sorres, Giovanni, confermava la donazione aggiungendo altre chiese tra cui San Pietro di Monticleta.

      L’attento esame del Condaghe di S.Nicola di Trullas  portano ad identificare San Lorenzo con S.Pietro di Monticleta la chiesa romanica di Santu Larentu, restaurata da una nobildonna tedesca dnegli anni 1970, qui si sposarono in territorio extra-giudicale Brancaleone Doria ed Eleonora d’Arborea. Nel 1831 all'interno del San Lorenzo fu rinvenuto un sigillo in piombo di Barisone II, giudice di Torres tra il 1147 e il 1186.


1174 – Anno ab incarnassione Domini nostri Jesu Christi 1174 naro milli et quento setanta bator. Die prima mensis setembris fuit edifficada sa ecclesia de santu antoigu de bisarchiu sa quale edificait Jiugue orgodori a onore de deus e de sa birgine maria et de santu antiogu et issa dicta ecclesia fuit consegrada dae su cardinale de primis de Italia su quale cardinale consegrait sa .  . consegrait sa ecclesia de santu joanne de bonorba. Alla consacrazione della Chiesa di S. Giovanni il 1° de Cabidanni 1174 c’erano: Alberto, metropolita di Torres( dal 1164 al 1176 ) e il suo suffraganeo, Goffredo di Maleduno I), vescovo di Sorres,II) il Giudice del Logudoro Barisone II figlio di Gonario de Lacon con la moglie Preziosa Orrù. IL Pontefice che aveva inviato il Legato Cardinale – de primis de Italia – era Papa Alessandro III, Rolando Bandinelli: lo stesso di Federico Barbarossa di Legnano e del Carroccio 1176, di Francesco d’Assisi – 1181 -, quando “nacque al mondo un sole come avviene talvolta di Gange”. canto XI Paradiso, Dante.

I) Era un monaco cistercense originario della Francia. Viene descritto dalle cronache del tempo come uomo santo e umile.Nel 1171 divenne vescovo di Sorres, la diocesi a cui apparteneva Bonorva prima della soppressione e aggregazione a quella di Sassari nel 1503. Morì il 13 ottobre 1178 a Chiaravalle in Francia. Venerato da subito come santo veniva invocato dai fedeli del Logudoro

II) Vd. Anno consacrazione della basilica di Sorres et anno d’inizio della Diocesi

Pare che anche il messaggio cristiano abbia raggiunto molto presto la zona di Sorres. A tal proposito assume rilevante importanza un frammento di lucerna decorato con croce e palme. II frammento si fa risalire alla fine del sec. II o agli inizi del sec. III. Probabilmente vi fu portato da qualche soldato romano convertitosi alla nuova dottrina prima di giungere nell'isola. Un'elegante brocca e una fibbia, ambedue in bronzo, pare che siano del sec. VII. La fibbia in particolare viene classificata del tipo bizantino: l'oggetto fa pensare ad un insediamento greco a Sorres. Dopo il sec. VIII, cala il silenzio più assoluto: tacciono i documenti, né esistono fonti di altro genere che possano aiutarci a penetrare queste fitte tenebre. Nel periodo oscuro che intercorre tra I'VIII secolo e gli inizi del secolo XI, stando alle ipotesi degli storici, pare che sia sorto sulla collina di Sorres un centro abitato abbastanza evoluto da assumere il ruolo importante di città. Uno storico spagnolo, il De Vico,, parlando di Sorres, la definisce come una delle più insigni città della Sardegna, molto grande e popolata. Indubbiamente c'è dell'esagerazione nelle parole del De Vico! Quando però, agli inizi della seconda decade del sec. XII, i documenti rompono il silenzio calato su Sorres, risulta che essa era diventata sede vescovile. Non è possibile ricostruire l’elenco completo dei vari vescovi che hanno governato la diocesi, ma fra questi si distinse per santità di vita e profondità di dottrina il Beato Goffredo da Meleduno Prima di diventare, vescovo di Sorres, egli era stato monaco infermiere nel monastero cistercense di Chiaravalle in Francia. La. tradizione popolare ha sempre ritenuto di venerare la sua tomba e la sua immagine nel sarcofago che si trova a sinistra di chi entra nella basilica e sul quale si può vedere l'altorilievo di un vescovo che dorme il sonno della morte. Di sicuro si sa che, durante il suo pontificato (1171-1178), ebbero inizio i lavori per la costruzione della basilica cattedrale.

Stando ai documenti, la vita cristiana era abbastanza sentita: vissuta mediante una fede semplice non priva di superstizione, era caratterizzata dalla bontà e dalla generosità della gente povera ma tranquilla e laboriosa, dedita in prevalenza al lavoro dei campi e alla pastorizia. Non mancavano i contrasti: la maggior parte del clero era riottosa e non accettava sempre le disposizioni del suo vescovo. Anche il potere civile interferiva molte volte nel governo della diocesi.Ma, tutto sommato, la vita trascorreva serena.

Poi, alla metà del secolo XIV, per la diocesi di Sorres iniziava il lento declino che continuerà inesorabilmente in tutto il secolo successivo. La gente sarda viveva quel periodo infausto della dominazione aragonese, un periodo travagliato per tutta l'isola. Le guerre si susseguivano una dietro l'altra, distruggendo ovunque vite umane e paesi interi. Alle guerre si aggiungevano le carestie e le varie pestilenze che colpivano tutta la Sardegna.

Sorres non era rimasta immune da questi tristi eventi: veniva rasa al suolo, e i pochi abitanti sopravvissuti furono costretti ad emigrare nei centri vicini. Rimaneva soltanto la monumentale basilica e l'annessa casa canonica, dove dimorava ancora il vescovo col suo capitolo.

 

 

 

 

 

IL BRONZETTO

 

 

 

 

 

 

 Il bronzetto poggiato sul caminetto della casa di campagna sembrava una cosa sacra. Antòni  l´aveva trovato presso la tomba di giganti, sotto il muschio per la sua abitudine di strappare il muschio ancora fresco e, di portarselo al naso, per odorarne profondamente quel profumo inconfondibile di terra e incenso. IL bronzetto, riproduceva una donna seduta che portava sul grembo il proprio figlio. Con un guerriero, un fromboliere, un arciere, o una navicella tutto sarebbe stato più facile. Passarono giorni, Antòni ogni notte quando rincasava, lo guardava per un attimo preso da una arcana paura. Passando davanti a un nuraghe od alla tomba di giganti si chiedeva chi fosse mai il popolo misterioso autore di opere così belle. Una notte di tempesta, mentre la campagna era illuminata dai bagliori dei lampi, un forte tuono lo svegliò. IL bronzetto illuminato dal bagliore gli ricordò il sogno che aveva fatto poco prima:si trovava su una navicella ed il mare era in tempesta. Uomini magri con protomi taurine sul capo erano indaffarati a regolare le vele. La navicella portava anch’essa a prua, una protome di legno e bronzo. Gli uomini  avevano un pugnale ad elsa intorno al collo, il capo indossava un grosso mantello di lana nera, Antòni vestiva sa mastrukka. IL capo gli intimò di aprire la cassa che stava sulla poppa e di prendere da essa un bronzetto. Gli fu ordinato che prendesse la navicella e questi con le mani rivolte in alto la gettò in mare. IL mare si calmò, la tempesta andò via mugghiando, gli uomini erano salvi ma esausti. Antòni parlava  il nuragico dove tutte le parole finivano per gon  ur- o per ke. Anche gli altri parlavano la stessa sua lingua ma più gutturale e dura. La navicella era carica di ossidiana e rame e procedeva tranquilla in mezzo al mare fiancheggiando la costa di un’isola verdissima e lussureggiante. Così Antòni si svegliò dal sogno a causa del temporale:

Il sogno, il bronzetto, i nuragici, tante domande senza risposta. Passò di lì un tedesco e chiese ad Antòni alcune  informazioni circa la posizione esatta di alcuni nuraghi. Antòni preparò su labiolu pro faghere su pane ‘uddidu cun su zichi  mentre l’uomo era in escursione.

 

 

 

Al suo ritorno mangiarono e bevettero muristellu rusjiu di Gonolva. L’uomo disse di essere uno studioso di archeologia nuragica e che ormai erano decenni che studiava l’antica civiltà di Nur. A questo punto si illuminarono gli occhi di Antòni. Lo studioso affermò che i nuragici provenivano originariamente dalla terra di Ur e che erano Caldei, conoscevano la scrittura, che erano navigatori, che la loro lingua era il sumero antico trasformatosi poi  nel loro soggiorno a Nur. 

Antòni fremeva per il bronzetto.Era come se in questi mesi uno strano rapporto di empatìa si fosse instaurato tra lui e l’oggetto fino a rivestire i caratteri del sacro.

Lo studioso parlò dei suoi lunghi viaggi alla ricerca della Madre mediterranea, Cipro, Siria, Turchia e Mesopotamia, ma niente più di Nur era affascinante e  misterioso.Lo studioso parlò della religione nuragica. I nuraghi rappresentavano la perfezione del cerchio racchiudenti come in una danza sarda il mascolino ed il femminino. Al tramonto Antòni si reggeva il mento tra le due mani aperte fisso di fronte al sole. Chi era quella madre di bronzo con il proprio figlio sul grembo? Era forse la mater mediterranea? Una dea madre con il proprio figlio? Ripensò al sogno fatto, alle parole dello studioso: “I nuragici erano abitatori della terra di Ur”. Ma non finivano proprio in ur le parole di quel linguaggio stretto e veloce? E se fossero veramente Caldei? Un altro sogno: Uomini di diverse razze costruivano una torre alta fino al cielo. Questi uomini parlavano la stessa lingua. C’era anche lui con i suoi compagni dalle protomi taurine.

Ad un certo punto ognuno parlò una lingua diversa e la torre non venne ultimata. I popoli si dispersero ognuno secondo la propria lingua. Ad Ur di Caldea si costruivano case di mattoni di paglia e fango e si praticava l’astronomia. Un astronomo predisse la nascita di un potente Re chiamato Dio salva, Principe della pace. Da Ur ci spostammo più a Occidente e a Meridione: nostro padre fu Abramo. Professavamo la religione dell’unità del cerchio e del sole, il Dio Unico onnipotente creatore dell’universo. Lasciammo la Siria e la Palestina e con le nostre navicelle attraversammo il Mediterraneo. Raggiungemmo Nur oltrepassando per la prima volta le colonne di Herakles a più riprese ed a più riprese ritornammo periodicamente nella madre patria. Fummo coinvolti nella guerra dei Popoli del mare, contro l’Egitto del potente faraone Ramses II. Antóni si svegliò all’alba e subito pensò allo strano sogno, il lungo viaggio, la profezia degli astronomi sumèri che cosa potevano significare? Ma certo, non solo eravamo figli di Tigri ed Eufrate ma anche prozii di Cristo. Ora si rivelava illuminato dalla luce dell’alba il mistero del bronzetto. I nuragici erano i portatori di una profezia che investiva i secoli, per questo avevano fuso un bronzetto simboleggiante una donna seduta che porta sul grembo il proprio figlio. Ora agli occhi di Antòni si scioglieva l’enigma: la donna raffigura la vergine inviolata che darà alla luce il potente Re che governerà tutte le nazioni con scettro di ferro.

IL bronzetto narrava ad Antòni il segreto di una lontana profezia: la venuta del Re Messia.

 

 Andrea  Sanna   MM